|
«Sat wuguga sat ju benga sat su pata pa...». Al ritmo martellante di Pata Pata il pubblico del Verdi va in delirio, si canta e si balla nella platea e nei palchi del Massimo cittadino, tutti neri e clandestini, un potente muro d’amore contro il cemento dell’odio verso chi è diverso. È una coreografia bella ed inusuale questa che fa da corona ai saluti finali di «Blackout», l’oratorio civile scritto a due mani da Andrea Manzi e Peppe Lanzetta, che ha debuttato a Salerno lo scorso 6 marzo, nell’ambito della rassegna «Teatro nuovo nuovo», ed è pronto ora a conquistare Napoli e Roma. «Blackout», prodotto da Teatro Studio, è uno spettacolo corale, fatto di frammenti, suggestioni, emozioni in parole, immagini e musica, magistralmente orchestrate dal regista Pasquale De Cristofaro che, pur affrontando il tragico tema della condizione degli immigrati stretti da una reale difficoltà d’accoglienza e una mai sopita mixofobia che da tempo caratterizza l’Italia, ha saputo avvicinarsi con pudore «al dolore di questi nostri più sfortunati fratelli», trasformando il grido silente di chi non ha voce in un anelito di speranza verso un mondo migliore. Spunto è la ballata, in quattordici stazioni come una dolente Via Crucis, che apre l’ultima raccolta poetica di Andrea Manzi «Morire in gola». Il giornalista-poeta racconta in versi il drammatico ghetto negro di Castelvolturno: un linguaggio estremo, il suo, che si avvicina al silenzio ed invece chiede di essere urlato, trovando, nel teatro, lo spazio istituzionale per dare coscienza e senso a qualcosa che urla da sola. La dedica è a Miriam Makeba, l’icona dell’Apartheid, morta nel 2008, per un attacco cardiaco a Castelvolturno dove si era esibita in un concerto contro la camorra. Ed è lei il fantasma che viene evocato più volte sul palcoscenico, soprattutto attraverso i flash della vita impossibile degli immigrati nel ghetto di S. Nicola Varco, raccontata, come uno schiaffo all’inciviltà, nei due video del regista Michele Schiavino che hanno interpuntato lo spettacolo. L’incipit è forte, un vero e proprio pugno nello stomaco. Nel buio che poco alla volta prende luce, con alternanza di toni freddi e caldi, Antonello De Rosa intona la disperata preghiera-invocazione alla Vergine di un bracciante (un inedito di Manzi): il ricordo va a Rocco Scotellaro, si fonde e si confonde con l’oggi, forse ancora più brutale, del branco senza nome degli extracomunitari, i nuovi schiavi del lavoro nei campi. Scorrono le immagini della Piana del Sele. Di nuovo buio e poi ancora luce. Altre voci, altre storie narrate dalle incalzanti percussioni dell’ensemble Musicateneo: Paolo Cimmino canta l’Africa e la Campania, quel «Mediterraneo, sporco amaro amore mio» che il vate della negritudine, Peppe Lanzetta, con la sua visceralità tormentata interpreta. Compagno di viaggio il bravissimo Romolo Bianco, già applaudito con lui in «Opera di Periferia». Avvolto in una tunica bianca fa il suo ingresso Mariano Rigillo, con il suo distacco epico dà corpo alla ballata dei disperati. «Ridateci i sogni», inveisce Lanzetta, mentre invoca il «Pasolini di tutti noi» ed il sogno si materializza con le danze tribali, vero e proprio inno alla gioia, della Comunità senegalese di Salerno.
Erminia Pellecchia © RIPRODUZIONE RISERVATA
|