IL LIBERO TEATRO DEI MATTI TOGLIE LE MASCHERE ALLA SOCIETA'
Scabia: "Cavalcare i sogni, a Franco Basaglia riuscì".
Poeta, narratore e drammaturgo Giuliano Scabia torna a Salerno, la città che negli anni Settanta l’ha visto tra i protagonisti dell’ “epoca sognante” dell’avanguardia teatrale, al fianco di Sanguineti, Bartolucci, Menna e Mango con un giovanissimo Paolo Apolito, ancora studente ed animatore del mitico Teatrogruppo. Scabia è ritornato con la sua amata Accademia della Folli, nata, per iniziativa di Claudio Misculin, artista, attore e regista, all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste nel periodo in cui le sue mura venivano abbattute da Franco Basaglia. Insieme ieri sera hanno emozionato il pubblico del Teatro Nuovo di via Laspro con lo spettacolo «La luce di dentro. Viva Franco Basaglia» di Gianni Fenzi, una riflessione sui rapporti tra teatro e salute mentale, che ha dato il via alla rassegna di grande impegno civile, «Teatro nuovo nuovo», ideata e curata dalla giornalista e critica Luciana Libero. Un testo che è un inno all’opera di Franco Basaglia e che, tra le varie citazioni, parla dell’esperienza unica della creazione di Marco Cavallo. Marco Cavallo è il sogno della libertà. L’abbiamo costruito noi tutti, io, Franco e Vittorio Basaglia, soprattutto i matti. Giorni e notti a parlare e ad ascoltare. Volevamo realizzare qualcosa di grande, un’utopia di cartapesta che rompesse il muro della diversità, che desse un senso allo stare lì insieme, al vissuto di noi tutti. Persone noi, artisti, medici, infermieri, persone i matti. Come noi». Perchè fu scelto un cavallo? L’idea fu di Angelina. C’era chi voleva un dirigibile, chi una nave. Angelina disegnò un cavallino dietro le sbarre. Era l’immagine di Marco, così lo avevano battezzato in manicomio, il vecchio cavallo che andava su e giù a portare biancheria e cibo. Era talmente vecchio e stanco che il direttore del manicomio di Trieste che era prima di Franco Basaglia voleva abbatterlo. I matti si opposero, forse fu la loro prima rivoluzione e la prima vittoria. Marco Cavallo era il loro eroe, si identificavano con il cavallo amico. L’idea di Angelina di riprodurlo in cartapesta fu immediatamente approvata da tutti. Anche per il colore ci furono lunghe discussioni prima di arrivare alla votazione. Ognuno aveva una scheda a forma di cavallo con il colore prescelto. Vinse a maggioranza schiacciante il blu, blu come il cielo al di là delle sbarre». Con il suo teatro dei matti ed il suo impegno civile lei è al di fuori delle leggi dello spettacolo-business. Ha ragione. Purtroppo oggi la legge del mercato vuole un certo tipo di spettacolo popolare, che attinge dalla tv e per questo riempie le platee. Impossibile cambiare le regole. La tv è comunicazione, una macchina che non si può fermare. È come un costruttore che deve cementificare tutto il possibile. Il nostro è un teatro d’ombre, di fantasmi; non mi considero un eroe, però credo che l’impegno può mettere in crisi un sistema che si basa sulla falsità. Non è allegra la situazione italiana. La nostra esibizione a Prato, però, è stata un successo. I matti sono un’apparente minoranza, loro sono veri, ci possono aiutare a togliere la maschera, a stare sul sentiero della verità. Lei, allora, si considera matto? Sono un poeta, non mollo. Mi sono costruito il mio cavallo di cartapesta, un poeta non smette mai di fare cavalli, cioè poesie, sogni. Lavora con la luce, corre nei boschi, affinchè i veleni vadano via, almeno per un po’»
Erminia Pellecchia © RIPRODUZIONE RISERVATA
Il Mattino - 4.3.2010
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