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PER UN NUOVO TEATRO NUOVO (A SALERNO, UNA RASSEGNA DIRETTA DA L.LIBERO)
Le parole e le cose- la politica e il teatro

scritto da Francesco Tozza

 Salerno- “Un teatro si fa presto a metterlo su dovunque” – diceva il Cotrone dei “Giganti”basaglia pirandelliani; anche se oggi, a decenni di distanza, fra restauro dei vecchi teatri, solo in parte realizzato, e necessità di più ampi spazi, sicuramente non soddisfatta dalle pur numerose architetture ottocentesche esistenti in tutta la penisola, a fruizione – peraltro – notoriamente assai limitata, quell’ottimismo appare un po’ meno giustificato. “Ma ora il problema da risolvere è un altro: ciò che importa soprattutto è la magia, creare […] l’attrazione della favola”: è di nuovo Pirandello a parlare, nello stesso contesto, toccando ancora una volta, a modo suo, il nodo cruciale della questione, che riguarda, più che le strutture, i contenuti da veicolare o, meglio ancora, le modalità in cui farlo.

  Di sicuro, se non la magia (difficile, del resto, da ottenere di questi tempi!), almeno “l’attrazione della favola” (cioè dell’oggetto della rappresentazione) è stata una delle preoccupazioni (non la sola, certo) di Luciana Libero, intelligente e dinamica esponente di una critica teatrale che non disdegna la contemporanea e più concreta operatività nel settore, dando inizio nei giorni scorsi – assieme agli amici e sodali del Teatro Nuovo di Salerno – a una rassegna di spettacoli e incontri, meglio sarebbe dire a una nuova offerta di appuntamenti culturali, in una città non sempre sensibile alla diversificazione di progetti e proposte, non solo nello specifico teatrale (onde la doppia “novità” sottolineata e promessa nel titolo dell’iniziativa).
  Ovviamente la preoccupazione per la “magia”, per “l’attrattiva” di quanto si va proponendo attraverso la rappresentazione, riveste significati diversi, in un’epoca in cui anche il pubblico teatrale (sebbene in proporzioni minori rispetto a quello televisivo) finisce non di rado col diventare esso stesso una massa indistinta, più o meno divertita, con un ruolo critico piuttosto limitato: popolo tutt’altro che sovrano (e certamente non si vuole qui far riferimento alla utopica festa teatrale di rousseauiana memoria!), pago ricettore di offerte spesso assai poco qualificate, consumatore dipendente anche qui dalle performances della persuasione pubblicitaria.

 Perfino certi esempi o modelli, oltretutto un po’ troppo ripetuti, di teatro politico (teatro denuncia, d’impegno civile o più semplicemente di narrazione) ingenerano stanchezza e sospetto, per il loro carattere apertamente sostitutivo, quindi pleonastico: la politica, tradizionale spazio (sin dai Greci) per esprimere l’immediata durezza e l’estrema serietà degli interessi, delle crisi, delle catastrofi, tende essa stessa a presentarsi come narrazione (mito) o addirittura drammaturgia, si neutralizza e sterilizza individualizzando ed enfatizzando emozioni che dovrebbero essere politiche, comunque collettive, crea mondi virtuali e suggestivi, divenendo così – da laboratorio di analisi e sfera collettiva di legittime attese – puro consumo di immagini e simboli, bolla “spettacolosa”, creata oltretutto da chi, avendo a disprezzo “il teatrino della politica”, ha fatto però della politica una gigantesca rappresentazione di massa, entusiastica e passivizzante. La teatralità della politica moderna, si potrebbe dire la sua essenza “barocca”, a suo tempo acutamente intuita da Benjamin, celebra ormai i suoi fasti. E proprio mentre la politica si è fatta teatro, il teatro – per certi versi – è divenuto politica, con scarso vantaggio per entrambi, specie per il teatro, che solo con affanno riesce ad offrire una sorta di contraltare, a sua volta emotivo e passionale, ma concretamente aperto sulla storia, (nelle intenzioni almeno) alternativo alla scoperta menzogna in cui l’altra è sfociata!

  Riaprire oggi un teatro, inaugurare (nel senso di fargli vivere) una sua nuova stagione (in senso ampio, non secondo l’annuale calendarizzazione degli spettacoli) – com’è nel caso in esame – è dunque cosa delicatissima, seppur lodevole: “può far bene, ma può anche far male” – avvertiva, con tragica ironia (tragica con il senno di poi, alla luce della troppo rapida conclusione di una fondamentale esperienza), l’indimenticabile, e sostanzialmente dimenticato, Leo de Berardinis, proprio qui a Salerno, sulla soglia di un’altra riapertura (quella del Municipale “G. Verdi”, che bisognava far ‘risorgere’, dopo un lungo, troppo lungo restauro). Riaprire un teatro – aggiungeva Leo, nel presentare quel suo progetto di ‘resurrezione’ (“Lo spazio della memoria”) all’inizio dell’ormai lontano 1995 – “oggi significa, o dovrebbe significare, rifondarlo, cosa appunto delicatissima”, perché “rifondare un Teatro [si badi, scritto con la maiuscola!] è come rifondare una società democratica, basata sull’essere e non sull’apparenza, sulla giustizia e non sulla rapina, sulla lealtà dei propositi e non sulla mistificazione”. In questo il teatro è veramente – come diceva Amleto – lo specchio profondo, “l’epitome” del suo tempo; e allora “bisogna ricominciare con semplicità e realismo” (ancora Leo), con “passi piccoli ma determinati, grande apertura ma non qualunquismo”, portando il teatro “tra la gente, ma non per il consenso strumentale e acritico della gente” (parole sagge, che fanno oggi quasi rabbrividire per la loro attualità!).

  In questa direzione, credo abbastanza consapevoli della pesante eredità, ma resi anche più prudenti dall’ingrato fallimento di quella generosa esperienza, si sono mossi Luciana Libero e i suoi soci, con già buoni risultati, se non altro coerenti con le buone intenzioni, a giudicare dai primi appuntamenti fin qui avutisi. In un’epoca in cui si parla tanto di “etica della responsabilità” – senza poi tanto praticarla, in nessuno dei suoi sensi – per cui anche dal teatro si attendono ‘risposte’ (secondo l’etimologia della parola, dal latino ‘responsus’), magari per un confronto onesto con il passato, che permetta di costruire un futuro decente alle nuove generazioni, non poteva esserci apertura migliore dell’appuntamento inaugurale con l’équipe basagliana dell’ex Ospedale psichiatrico di Trieste: lo spettacolo della “Accademia della Follia” (“La luce di dentro. Viva Franco Basaglia”, testo di Gianni Fenzi, drammaturgia e regia di Giuliano Scabia, in collaborazione con l’attore Claudio Misculini), preceduto da un affollatissimo e interessante incontro con lo stesso Scabia, con Peppe Dell’Acqua (collaboratore ed erede dell’avventura basagliana, ora Direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste), con numerose Associazioni territoriali del settore, ma anche alcune voci del nuovo, diverso approccio alla cura psichiatrica.

Proprio queste disparate presenze, nel garbato contenzioso fra le parti, ha evitato lo sterile quanto pericoloso amarcord di un’avventura umana prima ancora che terapeutica. Perché, se è vero che con essa si sconvolgeva finalmente “un archetipo del mondo moderno, il manicomio”, l’apporto più recente delle neuroscienze – senza ovviamente auspicare odiosi ritorni allo status quo ante – ha rinnovato inquietanti domande (Cos’è il male della mente? Cos’è curare? Cosa c’entra l’arte e il teatro con la cura della malattia mentale?), riaffacciando, accanto all’antica esaltazione, l’atteggiamento disilluso di chi è immerso nella realtà quotidiana del prendersi cura. A sera, quasi senza soluzione di continuità con l’intenso dibattito, lo spettacolo di un teatro ancora “vagante” confermava, nonostante tutto, l’indispensabilità di un cammino che, pur fra qualche contraddizione, permette un autentico calarsi nella complessità dell’animo umano. Certamente Scabia non è più Giuliano l’apostata…, ma i poeti – come già sottolineava Freud – ci sorpassano nella conoscenza dello spirito, attingendo a fonti che non sono ancora state aperte alle scienze.

  Con il secondo appuntamento, l’iniziativa del nuovo Teatro Nuovo si spostava nel vecchio ma glorioso Teatro Municipale, ricondotto per una sera, pur fra gli ori e gli stucchi che lo impreziosiscono, ad una teatralità più drammaticamente attuale e inquietante, quindi alla presa di coscienza dell’antica peculiarità di un linguaggio che è stato – e più sovente dovrebbe tornare ad essere – forma privilegiata della conoscenza collettiva, della gioia ma anche dell’orrore dell’”esserci”, laboratorio per sperimentare la terribile complessità della vita, anche se nelle forme semplificate dello spazio e del tempo che gli sono proprie. In scena, di nuovo la voce degli ultimi, dei senza diritti, di un’altra delle loro molteplici frange: gli immigrati, che in cerca di lavoro, giungono nelle terre desolate del nostro meridione, stretti fra un’ambigua accoglienza e una mai sconfitta xenofobia. Una voce, che giungeva allo spettatore nella consueta, ineludibile mediazione dei linguaggi artistici, su cui questa volta aleggiava, morbida ma incombente, la “spettralità” di una teoria politica e del suo bistrattato Autore, per nulla indebolita – nel suo spirito di rivendicazione, di giustizia innanzi tutto – da una troppo rapida e sciagurata messa in soffitta: evidentemente, come sottolineava il Freud di “Totem e tabù”, il padre morto è ancora più forte che da vivo.

  Venendo agli imprescindibili dettagli, lo spettacolo (e si ha qualche resistenza, di carattere etico, non certo estetico, a definirlo così) poggiava su testi poetici di Peppe Lanzetta ed Andrea Manzi, dissonanti per intima struttura e per la maniera di porgerli da parte, rispettivamente, dello stesso Lanzetta e di un più aulico e disincantato Mariano Rigillo, comunque accomunati da una pari intensità, quasi espressionistica, non scevra tuttavia da tonalità liriche: bello il controcanto che il vulcanico Lanzetta fa ad un lunare Pierrot, nostalgico cantore di una digiacomiana napoletaneità, ormai irrimediabilmente perduta, mentre nei duri versi di Manzi, in una poesia senza più cielo, non sono le Nuvole evocate dal canto di Fabrizio De Andrè, ma quelle più fosche “bare di gomma” in cui viaggiano ogni giorno i nuovi servi della gleba, sono loro che “vanno, vengono, tornano”, in un tragico, eterno ritorno dell’identico che sembra non avere più alcuna speranza di redenzione.

 Alle parole dei poeti si accompagnavano le musiche, i ritmi, le danze (queste ultime offerte dai componenti di una comunità senegalese), appartenenti ad individui chiusi nel loro destino, in cui il persistente “andare, venire, tornare” non nasce certo da “un macabro bisogno di moto” ma da un’immenso desiderio di libertà, di gioia, come sottolineato dal canto di Miriam Makeba, che faceva da sottofondo a tutta la rappresentazione: il suo “Pata Pata”, arrivato alle orecchie di tutto il mondo, che l’ha costretta a trenta anni di esilio, non parla di lotta o di apartheid, parla della voglia di danzare, di essere felici; e per questo faceva più paura, in quanto rendeva più universale un messaggio che univa desiderio di pace e divertimento alla voglia di un Sudafrica diverso. Indimenticabili, infine, le immagini che hanno aperto e chiuso lo spettacolo, magistralmente girate da Michele Schiavino sui luoghi che non bisognerebbe esitare a definire ulteriori tracce dei mai finiti delitti contro l’umanità: immagini rese più loquaci dalle pause dolorose che Schiavino ha loro impresso con l’improvviso, periodico venir meno della colonna sonora. Alla fine, applausi scroscianti, in certo senso anche liberatori, catartici; rivolti agli attori tutti (ovviamente anche ai bravissimi percussionisti di Musicateneo) e al regista, Pasquale De Cristofaro. Il quale, con atto di modestia ma anche di squisita sensibilità e intelligenza artistica, manteneva una posizione laterale, rifuggendo – anche nella ricezione del consenso – da una centralità evidentemente non riconosciuta alla sua stessa costruzione dello spettacolo. Eppure, in questa apparente assenza di una regia “forte”, in questa lateralità che tanta parte ebbe, e sempre continua a sedurre, nella tradizione del nostro migliore manierismo tardorinascimentale, c’è l’intuizione della frammentarietà come preziosa risorsa drammatica, la creazione di simmetrie e ritmi intensi, opposizioni che danno comunque, al promiscuo microcosmo in scena, una più ammirabile completezza.

  Qualche giorno dopo, in una sede non più specificamente teatrale, piuttosto in sordina (la “magia” dell’offerta teatrale coinvolge sempre più della brutale offerta dei dati reali!), il viaggio tra “i nuovi schiavi” continuava con la presentazione del libro di un giornalista (Alessandro Leogrande, “Uomini e caporali”): ulteriore, raccapricciante spaccato di un Sud fatto di arretratezza, indifferenza, soprattutto colpevole impunità, dove – anacronisticamente! – la terra si lavora con lo sfruttamento umano già presente cent’anni fa, quando le vittime erano i nostri braccianti meridionali; il che sfugge purtroppo, nell’”era di plastica” (per usare ancora un’espressione della poesia di Manzi), dove – fra tatticismi, subdole diplomazie, ma ormai anche scoperte menzogne – si è divenuti abilissimi soprattutto nell’esercizio dell’autoassoluzione e della non scelta. Se vivere significa anche ricordare, a quando i monumenti alla vergogna, che potrebbero essere altrettanto, se non più istruttivi di quelli dedicati, nelle nostre piazze, agli “eroi”?        
 

(inscenaonline)

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